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Pensieri minimi sulla chiusura dell’Enoteca regionale PDF Stampa E-mail
Scritto da Moris Gasparri   
venerdì 05 febbraio 2010

 

 Ci sono solo due notizie che in queste settimane sono riuscite a distogliere l’attenzione delle cronache locali dall’eterna querelle attorno alla riconversione Sadam. Mi riferisco alla denuncia del ritardo nell’esecuzione dei lavori del nuovo ospedale (a memoria personale, una delle rare figurazioni in versione “watchdog” della nostra stampa locale) e la notizia, apparsa sabato scorso, della chiusura dell’enoteca regionale. Prima di essere cancellata dal calderone impazzito della vicenda Sadam, quest’ultima notizia merita un approfondimento.

La vicenda non è ancora chiara, si sa soltanto che la rinegoziazione per i termini della gestione avverà questa volta tra l’Istituto Marchigiano per la Tutela del vino e il comune di Jesi, e non più con l’Assivip. Non è però questo il punto che voglio trattare in questo articolo, perché non ne ho la competenza. Vorrei invece ragionare su un altro livello, più generale.

Disclosure, sono affezionato come tanti altri giovani (il gruppo su Facebook ha raggiunto in poche giorni quota 700 iscritti!) all’Enoteca regionale, per svariati motivi. Perché il luogo era bello ed il servizio competente e professionale. Perché al suo interno si respirava un’atmosfera di quieta rilassatezza. Perché anche la cosiddetta generazione “mille euro” – la mia - poteva bere delle bottiglie importanti a prezzi contenuti, e bere marchigiano soprattutto. Perché, in molte circostanze, potevi toccare con mano la presenza dei turisti stranieri, questi perfetti sconosciuti di cui spesso a Jesi si parla nei convegni e per i quali ben poco si fa nella realtà. Potrei continuare, ma mi fermo qua. Non sono solo giudizi personali, il consenso verso l’Enoteca regionale è diffuso e radicato, a Jesi e non solo (di nuovo, leggetevi i messaggi sulla bacheca del gruppo prima citato). Quello che possiamo fare in attesa della soluzione definitiva della questione è riflettere su alcuni possibili scenari futuri.

C’è una strada per pensare in grande. Mantenere la sede attuale, segnalarla meglio, metterla al centro della vita della città e darle un risalto davvero regionale. Pensare magari ad un open space collegato per eventi più grandi, sempre in centro.  Collaborare con gli altri locali del centro per eventi e iniziative. O, anche in caso di un cambiamento di sede, seguire comunque questa strada ambiziosa. Insomma, fare dell’Enoteca regionale il simbolo di una frontiera economica importante per lo sviluppo del territorio come è quella del turismo eno-gastronomico, tanto più in tempi di crisi. Perché il sistema produttivo del “mondo dopo la crisi” cambierà, anche in Vallesina, è inevitabile, e bisogna prestare molta attenzione alle nuove opportunità di business.

Oppure si può scegliere la via del ribasso. Ignorare la questione, perché in fondo cosa vuoi che sia l’enoteca, un abbellimento, niente di più. Che sì, troviamogli un altro posto e poi non rompano più le scatole. Che chissenefrega dell’enoteca, ci sono cose più importanti ed urgenti a cui pensare. Che alla fine tra qualche mese nessuno ne parlerà più.

Magari si troverà una via di mezzo, chissà. Ad ogni modo ad essere in gioco nella vicenda dell’Enoteca sono due visioni della politica e del futuro della città. Quella capace, pur con l’occhio vigile ai problemi e alle difficoltà attuali, di proiettare delle idee in uno scenario di più ampio respiro, di immaginare un’idea strategica della Jesi del 2020 o del 2030. Quella, al contrario, che soffoca e annega nelle beghe del presente, un’immagine per la verità molto aderente alla realtà del dibattito di questi anni. Una politica che pensa a nient’altro che sopravvivere. Che lucra sulla speranza di piccoli dividendi elettorali. Che non ha la forza di imporre un punto di vista generale sul futuro della città. Non faccio nomi o riferimenti concreti, quelli metteteli voi, meglio fermarsi qua. Pensiamoci su. E largo alla discussione.

 
I lettori hanno lasciato 4 commenti.
 1. Senza titolo
alessandro, Utente non registrato
noto con dispiacere che certe cose agli Jesini nn interessano.La cultura è anche quella enogastronomica, nn dimentichiamolo...anche lì ci sono le nostre radici.
Oppure può essere che la politica di grande respiro sia differente pensando a una jesi nel 2030.
Provo a fare un ipotesi:
5/2/2030:
Area ZIPA con castello di Maccaferri circondato da 5 centrali e assediato dalla popolazione in rivolta(mutanti dovunque a causa della diossina e affini)...Belcecchi è nella storia ormai(impiccato in piazza dopo aver cercato di fuggire nel lontano aprile 2010 fu catturato ed appeso a mò di duce) e i nostri figli ne studiano le gesta a scuola....
tutto ciò che cresce dalla terra è inquinato e l'aria è pesante e puzzolente.
In effetti un' enoteca dove si gustano vini e prodotti locali nn è proprio nella direzione nella quale stiamo andando...[smiley=shock]
 Posted 05-02-2010 23:08:58
 2. Forcaiolo
Ospite anonimo, Utente non registrato
Me sa che hai bevuto un pò...
 Posted 08-02-2010 12:57:05
 3. Senza titolo
vino senza diossina, Utente non registrato
..e dubito che abbia bevuto roba bona
 Posted 10-02-2010 11:53:11
 4. Senza titolo
jesino vero, Utente non registrato
Questo articolo mette il dito nella piaga: vogliamo pensare seriamente alla nostra città del futuro (fra 20 o 30 anni) oppure ci limitiamo a gestire (malamente) il presente?
Il problema è che la classe politica cittadina, soprattutto quella di governo, è composta da vecchi (di età e di testa) che non sono mai riusciti a sostituire le vecchie idee sbagliate con idee nuove.
La conseguenza è che non stanno più governando da anni ma si limitano a mantenere il potere, per inerzia o per interessi personali.
L'unico scopo dei governanti jesini è sopravvivere, arrivare a domani, rinviare di un anno di un mese o di una settimana la loro fine inesorabile.
E tutto questo danneggiando inevitabilmente la città e i cittadini (doprattutto i giovani ai quali stanno rovinando il futuro con la loro avidità e miopia).
 Posted 10-02-2010 16:30:06
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