Wednesday, Jun 03rd

Last update02:35:01

Profile

Layout

Direction

Menu Style

Cpanel

Verso l'integrazione: Casa delle Culture

  • PDF

 Il percorso di JesiAttiva sull'integrazione continua attraverso il dialogo con Tullio Bugari, Presidente di Casa delle Culture e del Comitato di zona Jesi-Fabriano dell'Arci.

 

1) Come nasce Casa delle Culture e di cosa si occupa?
Nasce nel 1999 durante un progetto europeo Comenius, si occupa di intercultura, collabora con diversi enti locali e istituti scolastici della provincia a progetti di accoglienza scolastica per i minori stranieri, nonché ad attività di formazione e di ricerca nell’ambito di alcuni progetti europei.
Attualmente ha una convenzione con la zona 5 di Jesi dell’ASUR per il servizio di ambulatorio medico per stranieri non iscritti al registro sanitario e per il servizio di mediazione culturale, attività entrambe inserite nel Centro Salute Immigrati dell’ASUR; poi sono attive altre collaborazioni con l’Ambito Territoriale IX, con il Comune di Jesi, l’Istituto Scolastico Jesi Centro e altri istituti, l’Università, diverse associazioni.
La Casa delle Culture è anche affiliata all’Arci e quindi esiste una continuità con le attività organizzate direttamente dall’Arci, tra cui la scuola di lingua italiana per adulti immigrati, funzionante oramai da otto o nove anni. Infine, di recente si è costituito all’interno di Casa delle Culture un nuovo gruppo di lavoro che si chiama “Casa delle donne” che si impegnerà in modo particolare sul tema della violenza alle donne.
Un dettaglio maggiore sulle attività dell’associazione si può consultare nel sito <www.casaculture.it>.

2) Sicuramente avrai seguito il dibattito in città sulla questione dell'integrazione... quali credi che siano a Jesi i fattori che spingono verso di essa e quelli che invece la rendono più difficile?
E’ un discorso molto complesso, mi sembra che non siamo ancora pronti per affrontarlo in modo adeguato. Se per più difficile si vuole intendere che a Jesi i problemi siano maggiori che altrove, non credo che la realtà sia questa, così come non lo è nemmeno nel resto della regione.
I dati disponibili, dal Dossier Caritas ad altre fonti, indicano per le Marche una quote più elevata di cittadini stranieri inseriti nel mercato del lavoro, di permessi di soggiorno per motivi familiari e di minori stranieri. Questi e altri indicatori spiegano una migliore condizione e una maggiore tendenza a radicarsi e stabilizzarsi. Quasi la metà dei circa 6 mila residenti nei comuni dell’Ambito Territoriale appartiene a comunità già presenti da vent’anni o più, come tunisini, albanesi, marocchini e altri, e non sono più rari i casi di persone che nel frattempo hanno avuto anche la cittadinanza; dei quasi 2 mila minori presenti la quota di quelli nati in Italia o arrivati prima dell’età scolare supera il 50%.
Certo, esiste una qualità dell’integrazione, che si presenta in un modo molto differente a seconda delle singole situazioni personali e delle difficoltà specifiche che purtroppo da sempre accompagnano i processi migratori, in tutto il mondo e in tutte le epoche.
Difficoltà sia soggettive, che possono riguardare direttamente le singole persone, il loro progetto migratorio, la storia personale e familiare, i singoli traumi, e poi la conoscenza della lingua e la capacità maggiore o minore di sapersi orientare e districarsi in mezzo a servizi che funzionano in modo diverso, oppure che non funzionano bene nemmeno per noi o sono poco accoglienti, oppure la mancanza di una rete familiare solida in grado di aiutare, oppure per i minori, soprattutto nella vulnerabile età dell’adolescenza, la mancanza di amici o il ritrovarsi a cavallo della cultura di origine della famiglia e quella dell’ambiente che li circonda, e così via, e poi le difficoltà economiche, un’ abitazione che spesso è poco accogliente, eccetera.
L’integrazione però è un processo doppio, che coinvolge anche noi che siamo già qui, anche noi possiamo avere le nostre difficoltà soggettive a non capire, quando vediamo modificarsi il nostro ambiente, lo stile di vita a cui siamo abituati. Oppure quando semplicemente non sappiamo come comportarci.
A questo proposito mi vengono in mente gli operatori di servizi sociali o gli insegnanti che incontro nei corsi di formazione, o gli imprenditori che ho avuto occasione di intervistare, quando dicono di trovarsi in difficoltà e chiedono di essere aiutati da operatori competenti, servizi di sostegno o da mediatori culturali, che però è difficile trovare. Ci sono poi anche difficoltà, diciamo, più “oggettive”, che riguardano le normative, spesso complicate e non adeguate e che non tutti conoscono bene, per quanto riguarda le assunzioni lavorative, oppure i ricongiungimenti, o anche i ritardi nel rinnovo dei permessi di soggiorno, e poi la carenza di alloggi, e poi la necessità di riorganizzare i servizi e le modalità di accesso ad un’utenza sempre più diversificata, e così via, senza tralasciare quello strano fenomeno tutto italiano, legato all’evoluzione della struttura demografica e della famiglia, che lega insieme in un unico destino gli anziani e le collaboratrici domestiche, o badanti, che ci espone tutti, persone e servizi, ad un’enorme fragilità. Poi, oltre alle dimensioni psicologiche, sociali ed economiche, vi è anche una dimensione culturale dell’integrazione: integrarsi non significa rinunciare alle proprie identità e origini, le differenze sono anche importanti e da valorizzare. Qualche mese fa a Torino ho visto un’insegna di una sede dell’associazione dei lucani emigrati in Piemonte, come ci sono tuttora associazioni di marchigiani emigrati in Canada o in Argentina.
Il tutto infine si inserisce in una società, quella italiana, in forte evoluzione, con elementi di disgregazione, nella struttura familiare o urbana o dei lavori che sta cambiando fortemente il nostro stile di vita, le abitudini e le percezioni, più orientate alle soluzioni individuali piuttosto che collettive: non a caso infatti si avverte in generale questa sensazione di incertezza e di insicurezza, nonostante le statistiche ci dicano che non siamo in presenza di un aumento reale dei reati.
Come dicevo all’inizio, l’integrazione è una questione molto complessa, non si può affrontare in modo sommario, richiede una conoscenza adeguata e reale e soprattutto un grande dialogo, soprattutto con le persone, italiane e straniere, che si sentono in qualche modo più esposte, perché magari vivono fianco a fianco nei punti di maggior contatto, dove certe volte può essere difficile capirsi ma anche quelle dove spesso si pensa che nascano contrasti, scontri, che finiscono sui giornali, mentre al tempo stesso sono proprio quelli che già sperimentano l’integrazione nella vita quotidiana e stabiliscono relazioni dove le persone oneste o solidali si ritrovano già insieme, indipendentemente dalla loro nazionalità.
Bisogna aiutare questo dialogo e accompagnarlo.  

3) Entrando nello specifico, vorremo sapere la tua opinione su:
- questione moschea
La religione non è il mio forte, non me ne sono occupato molto, solo quel poco che ho letto sui giornali durante l’estate e alcune conversazioni con italiani e stranieri.
Mi sembra più una questione sociale che religiosa. Non so se in questo momento ci siano novità; è senz’altro una questione molto importante, che non deve diventare un fattore di scontro.
E’ legittimo che le persone che si riconoscono in una religione abbiano l’opportunità di avere un luogo di culto adeguato; gli unici problemi che eventualmente potrebbero esserci dovrebbero riguardare esclusivamente la “compatibilità tecnica” delle soluzioni proposte.
Penso che sia soprattutto compito dell’Amministrazione comunale, la sola in grado di valutare tutti gli aspetti tecnici del problema, studiare una soluzione adeguata per la città. Poi, ma solo in aggiunta a questo, non sarebbe male favorire anche una maggiore conoscenza reciproca delle varie religioni presenti, evitando anche il rischio di etichettare i popoli con le religioni e considerarli come blocchi compatti e coincidenti; nemmeno tra noi italiani siamo tutti cattolici e nemmeno tra i cattolici sono tutti “buoni” cattolici. La religione ha una sua specificità. 
- questione "ghettizzazione", in particolare per il quartiere S. Giuseppe
Mi sembra eccessivo parlare di ghettizzazione; ho avuto occasione di conoscere e visitare ben altri ghetti in altre città, esiste tuttavia una situazione percepita come problematica. La maggiore concentrazione di residenti stranieri e di attività commerciali gestite dagli stessi in determinati quartieri purtroppo è una conseguenza perversa della struttura urbanistica della nostra come di altre città, dove esistono zone con abitazioni più vecchie e più a buon mercato, alla portata di chi può spendere meno. Qualche anno fa per un’indagine di un progetto europeo ho intervistato alcune agenti immobiliari, uno di loro usò questa espressione molto efficace: “Gli stranieri hanno “rivivificato” il mercato delle abitazioni che non erano in ottimo stato”, cioè fatiscenti detto in altri termini, e ristrutturate in modo sommario. E comunque, molte famiglie straniere hanno preferito contrarre un mutuo e acquistare un appartamento, perché comunque era conveniente rispetto ai prezzi degli affitti, soprattutto ai prezzi che molti stranieri subiscono all’inizio del loro inserimento in Italia, quando pagano qualche centinaio di euro per dividere una stanza tra più persone. Non ho la minima idea da dove poter cominciare per contrastare questa che mi appare come una deriva urbanistica, tipica di tutte le città, qualcosa però occorre fare per rendere più accogliente la città, per tutti. Per prima cosa andrebbero creati o potenziati centri sociali di aggregazione, gestendoli poi in modo adeguato per far incontrare la gente, coinvolgerla unitariamente nella gestione dei loro spazi. Dei “luoghi di incontro interculturali”. Purtroppo non conosco bene il piano regolatore ma credo, più in generale e pensando alla struttura urbana, che è da qui che occorre partire, per immaginare quale città vorremmo avere ad esempio tra venti anni, tutti insieme quelli che abiteremo a Jesi.
Ci vuole più conoscenza: è importante conoscere in modo adeguato sia le situazioni reali dei nostri quartieri sia le esperienze, le cosiddette buone pratiche, che in alcune altre città sono state sperimentate, come ho avuto modo di studiare in occasione di alcuni lavori di ricerca svolti in contatto con ricercatori di altre regioni. Credo inoltre che su questo problema non possiamo delegare solo al Comune, che resta comunque il soggetto numero uno, ma occorre anche una collaborazione e partecipazione molto più ampia e reale, con associazioni di categoria, di imprese, di immigrati, di fondazioni bancarie eccetera, per mettere in campo progetti non frettolosi o di facciata, ma strutturali. 
- questione scuole elementari: fuga delle iscrizioni degli italiani nelle classi che vedono un'alta presenza di stranieri
E’ davvero così? Anche questo ho avuto modo di leggerlo sui giornali locali e mi sembra un allarmismo eccessivo, capace a sua volta di alimentarle paure e incertezze.
E’ vero che le iscrizioni scolastiche tendono a riflettere la composizione della popolazione che vive in determinate zone, come pure è vero che in certe occasioni l’ingresso di alunni stranieri sia vissuta come una fatica in più, piuttosto che come una risorsa. Però sarei anche curioso di vedere ad esempio i dati delle iscrizioni scolastiche, per ogni scuola e per ogni classe, per alunni italiani e stranieri e verificare se è vero  che c’è questa fuga, e se sì chi riguarda esattamente e in che misura, quali ne siano le cause effettive.
Se fosse vero sarebbe preoccupante e richiederebbe di rispondere con interventi adeguati; in ogni caso non bisogna mai dimenticare che per fare interventi concreti e che abbiano risultati, bisogna sempre scegliere interventi mirati, sulla base di una mappatura precisa dei disagi e dei bisogni, non si può essere sommari.  Penso che il problema dell’accoglienza e dell’integrazione scolastica sia più ampio e complesso. 

4) Secondo te quale dovrebbe essere il giusto atteggiamento degli jesini nei confronti degli stranieri e, allo stesso tempo, di questi ultimi nei confronti dei primi?
Quello giusto? Qui ogni domanda apre un intero universo di considerazioni. Forse la prima cosa, per “entrambe le parti”, è quella di non pretendere che debba essere per forza l’altro a fare la prima mossa e guadagnarsi la fiducia per primo, a non generalizzare le singole esperienze negative, a saper distinguere, ad astenersi di fronte al dubbio, a cercare prima di capire, anche a criticare in modo preciso senza indulgere in “buonismi” quando questo è necessario. Gli atteggiamenti spesso nascono dalle esperienze reali che una persona vive e quindi è importante fare in modo che queste esperienze siano positive, e che le esperienze negative siano affrontare prima di deteriorarsi. Poi cercherei anche di non parlare di “noi” e “loro”, perché le differenze “tra di noi” e anche “tra di loro” sono molto grandi e varie, e in mezzo a queste ci sono anche molte vicinanze tra “tanti di noi” e “tanti di loro”. 

5) Data la tua esperienza nel settore, quali ritieni siano le linee guida da suggerire all'amministrazione comunale, in particolare all'assessore competente, per affrontare la questione? Che tipo di interventi consiglieresti di prendere immediatamente e quali priorità indicheresti?
Mi sembra che non si parta da zero e che a Jesi ci sia già stata negli anni un’elaborazione di cosiddette linee guida, da ultimo ad esempio il lavoro di coordinamento fatto dall’Ambito Territoriale per l’elaborazione del piano sociale di zona; poi le esperienze, magari non sempre lineari ma sviluppate nella scuola negli ultimi otto o nove anni attorno al progetto Agorà per l’accoglienza scolastica, nella sanità alcune iniziative e servizi messi in campo dall’ASUR con l’esperienza del Centro Salute Immigrati, e anche altri interventi tra cui le diverse attività svolte nell’ambito del privato o del volontariato, dall’Arci, alla Caritas e tanti che ora non cito, tra cui anche l’associazionismo immigrato: prima si parlava di moschea, il centro islamico non è certo l’unico ma è senz’altro un importante punto di riferimento. Forse manca una visibilità più adeguata alle diverse iniziative, un loro coordinamento e una riflessione congiunta, vera, da non esaurire con tradizionali forme di partecipazione, tipo conferenza, convegno o consulta, ci vorrebbero strumenti di partecipazione più articolati e costanti, sull’esempio degli esperimenti di democrazia partecipata, con  momenti diversificati di incontro, di sintesi ma anche capillari, che coinvolgano la popolazione a tutti i livelli. Io inizierei a preparare dei facilitatori di un processo di democrazia partecipata, capaci di lavorare sulle relazioni e stimolare una riflessione, che poi non dovrebbe essere limitata al confronto “italiani” e “stranieri”, perché saremmo fuori strada, bensì sul tema “quale integrazione e quale società per il nostro futuro”. Sullo sfondo ci sono un’infinità di temi, da quelli più di moda della sicurezza, alla qualità della vita e dei servizi, alle nuove forme di esclusione sociale, alla struttura urbana della città, il tema del lavoro della precarietà e del futuro dei giovani, tutti, e così via. 

6) Prossimamente tratteremo questa materia anche con l'assessore Gilberto Maiolatesi, che ha la delega all'integrazione: indicaci una domanda o una proposta da fargli.
Il da fare non gli manca, faccio i miei auguri a Gilberto. Una sola cosa voglio sottolineare. Prima delle elezioni, le poche volte che ne ho avuto l’occasione in incontri pubblici, mi è capitato di proporre, a chiunque avesse vinto, di prevedere una delega all’integrazione. Non intendevo necessariamente un assessorato specifico, immaginavo di più una delega specifica inserita in un assessorato “più ampio”, per sottolineare la necessità di un coordinamento tra “i temi dell’immigrazione”, che sono trasversali, attraversano tutte le questioni, non possono essere trattati separatamente ma necessitano anche di una loro specificità di sguardo e di approccio. Il paradosso maggiore che può capitare a Maiolatesi è che dietro alla parola “integrazione” il suo resti in realtà un “assessorato all’immigrazione”; la distinzione è così sottile che neanche ci si fa caso. Sarebbe un vicolo cieco. C’è bisogno di uno sguardo più ampio, sul futuro della città nel suo insieme.

Ultimo aggiornamento Martedì 10 Gennaio 2012 11:45

Add comment

You are here