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Domani sarò in campo, ancora, non solo contro covid-19

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Domani inizio il turno presso il nuovo reparto di degenza per pazienti post-acuti, positivi al Covid-19. Sono giorni che ci stiamo preparando per l’occasione, siamo un po' in ritardo. Domani sarò in campo ulteriormente non solo contro il covid-19, ma per la salute pubblica. Come ho sempre fatto e come hanno sempre fatto i colleghi infermieri, medici, oss, tecnici, ausiliari, impiegati. Ma oggi, da infermiere, ho un pensiero anche per i janitors, quelli che quasi non vedi la mattina quando inizi il turno. Quelli che - come nel film “Bread and roses” di Ken Loach - lavorano e vivono con dignità pulita portando via lo sporco della società, e per questo non chiedono solo il rispetto e l’allargamento dei loro diritti, il pane, ma anche un futuro migliore, una speranza ulteriore: le rose. Bene domani inizio il turno e lo farò per il pane, ma anche per le rose.

 

Domani inizio il turno presso il nuovo reparto di degenza per pazienti post-acuti, positivi al Covid-19. La struttura, i servizi, i reparti esistenti sono stati tutti spazzati via per creare d’urgenza questa unità e permettere di decongestionare altri servizi, ormai allo stremo.

Uno scenario che, come un domino inarrestabile, ha travolto tutto il paese ed ora coinvolge tutti i continenti.

Sono giorni che ci stiamo preparando per l’occasione: turni rivisti, mobili spostati, materiali riordinati e spazi ridefiniti. Colleghe e colleghi nuovi cui presentarsi, che magari da anni incrociavi al marcatempo senza nemmeno salutarli.

Ci sarà tempo per conoscersi meglio, obbligatoriamente nell’immediato, e più in termini relazionali poi, lavorando gomito a gomito, condividendo giornate, sviluppando stima ed affetto.

Altro non possiamo fare ed è giusto, in questa situazione, che sia così. Necessariamente ci si dovrà disintossicare dalla cattiva cultura che ha pervaso questa società e che di sicuro ha accompagnato il crescere dell’infezione, alimentata da odi e personalismi, competitività e rivalità.

Poi chi vorrà, potrà tornare alle meschinerie e agli egoismi del passato, ma non troverà più spazi e seguaci come prima, perché oggi la solidarietà è una scelta di sopravvivenza, una risorsa dell’intelligenza e un investimento collettivo per il futuro.

Domani sarò quindi in servizio. Un po’ in ritardo rispetto a tanti che hanno iniziato da settimane e che già sanno cosa significa lavorare quattro ore incarcerati nella tuta impermeabile, oppure otto ore comunque bardati da capo a piedi senza indicazioni teoriche e pratiche sulla possibilità di andare in bagno, bere un bicchiere d’acqua, cambiarsi l’assorbente.

In merito, il nostro corso aziendale ha ricordato il divieto dell’uso del cellulare. Fatto che non facilita certo l’adattamento in questa fase, ma può essere un’occasione per liberarsi un po’ dall’uso spasmodico dello strumento, diventato ormai un feticcio della nostra esistenza, vero e proprio prolungamento sensoriale del nostro corpo.

Certo, si sarebbe preferita occasione diversa rispetto ad un corso aziendale che non è riuscito a chiarire le molte questioni in relazione ad una gestione sicura dei DPI: sulla necessità di idratarsi, mangiare e fare pipì, come scritto, o come comportarsi con alcuni accessori personali quali, ad esempio, gli occhiali: Come faccio se li devo togliere perché, essendo miope, non ne ho bisogno per leggere?Come faccio se li devo mettere perché, essendo presbite, ne ho bisogno per leggere? “Ah! Debbo usare il cordino tenendoli penzoloni sul camice?” Queste, come tante altre questioni, banali ma stringenti, sono rimaste sospese. E molte altre lo saranno.

Un dato di cui si dovrà tenere conto quando presto (ma sì, presto, dai!) si tornerà alla normalità, per fare in modo che saperi e pratiche vengano davvero condivise e studiate, con modalità e partecipazione diverse dalla didattica anaffettiva, gerarchica e fine a sé stessa utilizzata fino ad oggi.

 

 

Domani sarò in campo ulteriormente non solo contro il covid-19, ma per la salute pubblica. Come ho sempre fatto. Come hanno sempre fatto colleghe e colleghi infermieri, oss, tecnici, ausiliari, impiegati, medici. Con l’ausilio anche in molti casi delle famiglie e dei pazienti. Di tutti insomma.

Anzi, in particolare, da infermiere, fatemi parlare anche di chi è dimenticato da tutti. Fatemi ricordare chi deve pulire un corridoio, una camera, un salone in poco tempo, per uno stipendio misero e in condizioni di sicurezza di cui sarebbe bene discutere. Parlo di coloro che in inglese vengono chiamati janitors, gli addetti alle pulizie.

Quelli che quasi non vedi la mattina quando inizi il turno. Quelli che rimproveri qualche volta perché non hanno pulito bene. Quelli che si dovranno portare via quintali e quintali di immondizia infetta. I sacchi in cui noi getteremo a fine turni, sfiniti, i nostri DPI, saranno portati via dagli invisibili janitors, i quali, mi auguro, siano messi nelle condizioni di lavorare in sicurezza per la loro salute.

Me lo auguro e lo auguro a loro, anche perché hanno poche possibilità di protestare e fare sciopero, come in questi giorni invece - giustamente - corrieri ed operai hanno fatto.

Ecco, da infermiere, nato nella cultura dell’assistenza e della solidarietà – il team competitivo lasciatelo ai venditori di fumo – oltre ai colleghi e agli ammalati, è giusto che il mio pensiero vada anche ai janitors, termine che ho appreso nel vedere il film “Bread and roses” di Ken Loach, in cui si parla di immigrati, di addetti alle pulizie, di donne e uomini che lavorano e vivono con dignità pulita portando via lo sporco della società, e per questo non chiedono solo il rispetto e l’allargamento dei loro diritti, il pane, ma anche un futuro migliore, una speranza ulteriore: le rose.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Marzo 2020 10:57

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